Differenza di genere e burnout: indagine su un campione di operatori della salute mentale

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Dott.ssa Beatrice Leonello ~ Psicologa (Ordine Psicologi della Calabria – Albo A n° 2011)
Pubblicazione – ANNO 4 N.37 LUGLIO 2021 – ISSN: 2612/4947

ABSTRACT

Background: Il termine “burnout” si riferisce a una degenerazione particolare dello stato emotivo degli operatori impegnati nei rapporti con il pubblico o nelle professioni d’aiuto sociale (“helping profession”). Il presente studio, realizzato nel 2016, è stato finalizzato alla misurazione dei livelli di burnout, nonché eventuali differenze di genere, negli operatori della salute mentale della provincia di Reggio Calabria.

Metodologia: Il metodo scelto per il seguente lavoro è lo studio della letteratura clinica e l’analisi di vari articoli scientifici al fine di supportare le differenze di genere negli operatori della salute mentale. Successivamente un’accurata valutazione quantitativa dei dati raccolti tra il 2015 e il 2016, su un campione di 50 soggetti. Gli operatori sono stati sottoposti alla somministrazione dei questionari “Maslach Burnout Inventory” (MBI) e “General Health Questionnaire” (GHQ-12).

Risultati: Dallo studio è emerso che uomini e donne, che lavorano nell’ambito della salute mentale, hanno le stesse possibilità di sviluppare la sindrome del burnout, dunque la differenza di genere non incide sull’insorgenza di tale sindrome.

Conclusioni: I risultati ottenuti dimostrano l’esigenza di tutelare l’operatore sanitario ricercando ed analizzando nuove strategie di investimento delle risorse professionali in grado di garantire un maggior benessere psico-fisico che porterebbe di conseguenza ad un miglioramento della qualità del suo operato.

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INTRODUZIONE

Lo studio affronta un tema molto rilevante, che riguarda la condizione lavorativa degli operatori della salute mentale. Tale condizione, nel momento in cui diventa sfavorevole, può portare ad incrinare sia il rapporto tra operatori ed organizzazione sanitaria, sia la relazione che gli operatori e l’organizzazione devono costruire giornalmente con i cittadini. È interessante capire come il disagio psicologico definito come burnout, si possa distribuire all’interno dei Centri di Salute Mentale, poiché gli operatori che vi lavorano si relazionano con utenti per cui occorre una particolare attenzione e preparazione professionale, nonché una particolare predisposizione all’empatia. Infatti, il rapporto umano che si instaura tra operatore e utente del servizio, che è alla base dell’assistenza stessa, può essere a volte, più importante della terapia medica. In particolar modo, in questo studio, sono stati esaminati gli operatori (psichiatri, psicologi, assistenti sociali e infermieri) dei C. S. M. (Centri di Salute Mentale), degli S. P. D. C. (Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura) e delle A. S. L. (Aziende Sanitarie Locali), facenti parte dell’Azienda Sanitaria Provinciale n° 5 di Reggio Calabria. L’obiettivo dello studio è verificare i livelli di burnout tra gli operatori della salute mentale, e quanto la differenza di genere possa incidere sull’insorgenza della sindrome del burnout.

Maslach e Jackson (1986) ricordano che il burnout è stato correlato con alcuni aspetti dell’ambiente di lavoro, come il carico lavorativo, il ruolo nella rete delle comunicazioni, la percentuale di tempo lavorativo dedicato all’utente, la complessità dei problemi affrontati, il conflitto di ruolo, la pressione esercitata dal lavoro, il sostegno da parte dei colleghi, nonché le possibilità di carriera. In termini più specifici, indagini che hanno impiegato il MBI e utilizzato tecniche di regressione multipla hanno identificato alcuni fattori organizzativi, che contribuiscono al burnout nelle professioni d’aiuto (Fantini, 2011). Tra le molte variabili organizzative studiate vi sono il conflitto di ruolo, l’ambiguità di ruolo, la partecipazione alle decisioni, il sistema retributivo, la libertà e l’autonomia, le reti di supporto sociale. Questi studi si sono dimostrati in grado di predire una significativa porzione di varianza per ciascuna sottoscala. Indicazioni più probanti, della possibile influenza di caratteristiche tipicamente psicologiche sullo stress in generale e sulla genesi del burnout in particolare, si ricavano da varie altre indagini. Avallone (2005), ad esempio, suggerisce un legame del neuroticismo e della estroversione con i meccanismi di coping e verifica tale ipotesi con un gruppo di allievi infermieri; Ballottin (2011), in una sua rassegna sull’argomento, trova conferma del ruolo dei fattori personali e, in particolare, un’associazione dell’ansietà con i tre aspetti del burnout in operatori sanitari. Assieme ad una più attenta individuazione dei correlati personali, si osserva una più precisa definizione delle condizioni ambientali che tendono ad associarsi con lo stress occupazionale e il burnout. Si pone spesso l’accento sul sovraccarico lavorativo, sui conflitti interpersonali e di ruolo, sul sostegno personale e professionale, sullo stile di supervisione, sulle risorse professionali, sull’autonomia lavorativa, sull’ambiguità di ruolo, sul livello delle difficoltà quotidiane. Si nota, soprattutto, un accresciuto interesse per lo studio del burnout in un quadro complessivo che includa variabili individuali, riferibili a caratteristiche motivazionali e a tratti di personalità, nonché condizioni ambientali, concernenti aspetti fisici e organizzativi del luogo di lavoro. Inoltre, sulla base dei lavori di Maslach e Jackson (1984), di Leiter (1988), di Richardsen et al. (1992), trova credito il collegamento tra atteggiamenti nei confronti del lavoro, intesi come soddisfazione lavorativa e identificazione con le finalità dell’istituzione, e sindrome del burnout.

La prima indagine sistematica condotta in Italia su alcuni possibili correlati psicologici del burnout, misurato con un questionario sostanzialmente ispirato al MBI, ha riguardato oltre 1200 allievi infermieri che frequentavano, durante la seconda metà degli anni ‘80, specifiche scuole professionali in Toscana (Sirigatti, Stefanile, 1989). L’utilizzazione, tra l’altro, del questionario di personalità 16 PF di Cattell (forma D) e l’impiego di analisi multivariate misero in luce varie correlazioni dei diversi aspetti del burnout con caratteristiche psicologiche di questi operatori in formazione. L’EE appariva prevalentemente legato ad aspetti motivazionali, caratterizzati da un processo di scelta scolastico-professionale faticoso e sostanziato da interessi estrinseci alla professione, nonché da una percezione scarsamente positiva della futura attività professionale. Inoltre, un esame più specifico dei correlati concernenti caratteristiche di personalità evidenziava un quadro ricco e variamente articolato. Allievi con punteggi elevati in questa sottoscala tendevano ad essere introversi, timidi, chiusi in se stessi, inibiti nei rapporti interpersonali. L’ansia appariva piuttosto elevata e poteva ostacolare la mobilizzazione delle risorse personali utili per fronteggiare le richieste dell’ambiente e per conseguire gli obiettivi previsti. Era presente anche una certa impulsività e insofferenza per norme e regole, nel quadro di una scarsa capacità di autocontrollo. La sensazione di realizzazione personale appariva legata a processi di scelta lavorativa avviati precocemente, a un’immagine decisamente positiva del proprio lavoro, nonché all’interesse per il giudizio espresso dagli altri e al desiderio di rispondere alle aspettative. La personalità di coloro che avevano ottenuto alti punteggi nella sottoscala PA appariva caratterizzata da estroversione, con capacità di instaurare e mantenere rapporti interpersonali, da apertura sociale e da disinibizione. Il livello di aggiustamento emotivo risultava adeguato; si notava la tendenza ad avere un’esistenza soddisfacente e la capacità di raggiungere mete ritenute importanti. Infine, la sottoscala DP risultava associata ad una visione negativa del proprio lavoro, ad una scarsa soddisfazione tratta dall’iter formativo seguito. Una bassa capacità di controllo, con note di impulsività, indisciplina, insofferenza per le regole, caratterizzava il profilo di personalità di coloro che raggiungevano punteggi elevati in questa sottoscala. Erano anche presenti note di aggressività, di autoritarismo, di competitività, nonché segni di scarso interesse per il giudizio degli altri e per i rapporti interpersonali.

In indagini successive (Laghi, 2004), sono stati presi in considerazione gruppi di operatori educativi e sanitari. Sia pur con qualche differenza tra i due gruppi, i dati, raccolti mediante un questionario appositamente preparato, riguardavano notizie anamnestiche, la valutazione dell’ambiente fisico di lavoro (idoneità e salubrità), la percezione dei conflitti e della chiarezza del ruolo professionale, nonché aspetti delle aspirazioni lavorative (autonomia, aiuto, disimpegno), della personalità (disagio psico-fisico, motivazione pro-sociale, ostilità) e della soddisfazione lavorativa. Tali scale traggono origine da sondaggi qualitativi, da ricerche preliminari, volte a verificarne la struttura fattoriale, e sono pure ispirate a strumenti proposti in varie sedi. Il burnout è stato rilevato con il MBI, integrato da sette item concernenti la Depersonalizzazione.

Nell’intento di approfondire il problema in questione e di verificare una correlazione tra burnout e differenza di genere, in questa sede vengono presentati i risultati di un’indagine condotta con un gruppo di operatori della salute mentale.

CAMPIONE

Il campione è stato selezionato, all’interno dei Centri di Salute Mentale di Palmi, Cinquefrondi e Taurianova (27 operatori/54% del campione); all’interno dei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura di Polistena e Reggio Calabria (16 operatori/32% del campione); e all’interno dell’Azienda Sanitaria Locale di Polistena (7 operatori/14% del campione), tutti centri in provincia di Reggio Calabria.

STRUMENTI DI RICERCA

Gli strumenti utilizzati ai fini dello studio sono il Maslach Burnout Inventory e il General Health Questionnaire.

Il Maslach Burnout Inventory (MBI) è uno strumento ampiamente utilizzato, con un’elevata attendibilità, per valutare il burnout. È stato sviluppato nel 1981 da Christina Maslach insieme alla sua collega Susan Jackson. Originariamente era rivolto alle professioni d’aiuto, ma nel tempo il suo utilizzo si è ampliato verso tutti quei lavori e professioni che richiedono un costante contatto con il pubblico o con persone in stato di bisogno, riabilitazione e segregazione.

È un questionario multidimensionale costituito da 22 item e la sua validità è stata testata in Italia su un campione costituito da 1779 soggetti.

Valuta tre aspetti della sindrome del burnout:

  • Esaurimento Emotivo (EE);
  • Depersonalizzazione (DP);
  • Realizzazione Personale (RP).

Ogni aspetto è misurato da un’apposita sottoscala.

La sottoscala EE esamina come un soggetto abbia la sensazione di essere inaridito emotivamente e sia esaurito dal proprio lavoro. Una persona si sente coinvolta in modo eccessivo dal punto di vista delle emozioni, e viene sopraffatta dalle richieste emozionali che gli altri si impongono. In ordine di gravità, questa dimensione, che si osserva analizzando le risposte di 9 item del questionario, evidenzia le condizioni peggiori di esposizione alla sindrome del burnout, subito dopo la dimensione “Realizzazione Personale”.

La sottoscala DP valuta, attraverso cinque item, il comportamento del soggetto intervistato nei confronti dell’utente del proprio servizio. L’individuo ha dei “pregiudizi” nei confronti dell’utente del servizio, cioè si fa una cattiva opinione di lui.

La sottoscala RP evidenzia le forme più gravi del disagio. Misura la sensazione di competenza che avverte il soggetto e il desiderio di successo nel lavorare con gli altri. La mancanza di realizzazione personale è una cosa molto grave; significa fare un lavoro che non si ama più. L’operatore emette così un “auto-verdetto di fallimento”, sentendosi inadatto a stabilire relazioni con i propri assistiti. Si può ipotizzare che con il passare degli anni venga meno questo sentimento, cioè se all’inizio l’operatore è o era entusiasta del lavoro svolto, con il tempo questo sentimento si spegne dando una visione che le cose non vadano come l’operatore invece ipotizzava e sperava. Questa situazione genera frustrazione, che porta alla sensazione di mancanza di una piena realizzazione personale.

La frequenza con cui l’intervistato prova sensazioni relative a ciascuna delle sottoscale, è valutata utilizzando una modalità di risposta a sette punti, dove:

0= significa che non si è mai verificata quella situazione;

1= significa che si è verificata qualche volta all’anno;

2= significa che si è verificata una volta al mese o meno;

3= significa che si è verificata qualche volta al mese;

4= significa che si è verificata una volta alla settimana;

5= significa che si è verificata qualche volta alla settimana;

6= significa che si è verificata ogni giorno.

Molto importante è capire che il burnout non è una variabile dicotomica che è presente oppure assente. Il burnout va considerato come una variabile continua da basso a moderato ad alto grado di sentimenti provati. Un alto grado di burnout si avrà se i punteggi nelle sottoscale EE e DP sono alti e sono, invece, bassi i punteggi della sottoscala PA. Un medio grado di burnout si avrà se i punteggi delle tre sottoscale sono medi; si avrà invece un basso grado di burnout se i punteggi delle sottoscale EE e DP sono bassi e sono alti i punteggi della sottoscala PA.

Ciascun questionario compilato, è corretto mediante un’apposita griglia che consente di definire i punteggi di ciascuna sottoscala. Ogni punteggio può essere classificato come basso, medio, elevato, usando i valori di soglia indicati nella tabella seguente:


Esaurimento Emotivo (EE)Depersonalizzazione (DP)Realizzazione Personale (RP)
Elevato24 o più9 o più0 -29
Medio15-234-830-36
Basso0-140-337 o più

Il General Health Questionnaire (GHQ), invece, è stato elaborato allo scopo di individuare due principali categorie di problemi: l’incapacità di eseguire le proprie funzioni normali sane e la comparsa di nuovi fenomeni di natura stressante. Il questionario, infatti, non vuole indagare la presenza di disturbi psichici gravi, come la schizofrenia o la depressione psicotica, ma valuta disturbi di personalità o pattern di adattamento associati al distress. Nello specifico il GHQ consente di indagare la presenza di quattro elementi di distress: depressione, ansia, deterioramento sociale e ipocondria (indicata con sintomi somatici). Valuta la presenza e la frequenza di una serie di sintomi non cronici di cui il soggetto ha sofferto nelle ultime settimane. Il questionario comprende item costituiti da affermazioni positive, quindi descrivono stati psicologici connotati positivamente o attività quotidiane (ad es. “capacità a concentrarsi” o “sentirsi utili”), e da affermazioni negative che descrivono sintomi di disagio psicologico (ad es. “perdita del sonno” o “incapacità a superare le difficoltà”). Al soggetto è richiesto di confrontare la propria situazione attuale rispetto al suo stato psicologico abituale, scegliendo tra quattro modalità di risposta (“come al solito”; “più del solito”; “meno del solito”; “molto meno del solito”), alle quali vengono assegnati punteggi 0-1-2-3, che permettono di ottenere, all’interno del punteggio totale, alcune informazioni circa intensità e frequenza dei sintomi. In questo modo è possibile situare i soggetti lungo un continuum i cui estremi sono costituiti da una condizione di benessere psicologico, visto come assenza di sintomi psichici, e da una condizione di disordine psichico con diversi gradi di gravità.

Il questionario originale possiede 60 item, ma attualmente esistono anche diverse forme ridotte. Una tra queste è il GHQ-12, costituito appunto da 12 item, utilizzato per questo studio insieme al MBI.

Ai questionari è stata integrata una breve scheda demografica volta a conoscere l’intervistato, il sesso, l’età, la posizione lavorativa, le ore settimanali lavorative, l’anzianità di servizio nel settore socio-sanitario. Sono state inoltre presentate due domande aperte sugli aspetti positivi e negativi della professione.

PROCEDURE DI SOMMINISTRAZIONE DEGLI STRUMENTI

I questionari MBI e GHQ-12 sono stati presentati, attraverso una capillare distribuzione, a tutti gli operatori che hanno dato disponibilità a partecipare alla ricerca (50 operatori in totale).

La somministrazione degli strumenti è stata effettuata tramite intervista, per evitare la mancanza di controllo sull’ambiente, l’incompletezza della compilazione e l’impossibilità di registrare delle risposte spontanee.

Allo scopo di garantire la riservatezza, i test sono stati compilati in maniera anonima.

La somministrazione è sempre stata preceduta da una breve presentazione della ricerca e dei suoi scopi, per poi procedere con una rapida illustrazione degli strumenti, dando chiarimenti e delucidazioni sulle modalità di compilazione e sui singoli item.

La disponibilità si è mantenuta buona pressoché ovunque e l’interesse per i risultati dello studio è stato più volte ribadito, anche se frequentemente si è dovuto rassicurare gli operatori, sull’effettiva osservanza del principio dell’anonimato, in particolare ribadendo l’impossibilità da parte di organi direttivi di accedere alle singole schede di rilevazione.

ANALISI DEI RISULTATI

Il campione è composto in totale da 50 operatori della salute mentale: 13 psicologi (26%); 14 psichiatri (28%); 9 assistenti sociali (18%); 14 infermieri (28%).

Il campione è stato suddiviso in due gruppi formati da 25 uomini (di cui: 8 psicologi; 9 psichiatri; 0 assistenti sociali; 8 infermieri) e 25 donne (di cui: 5 psicologhe; 5 psichiatre; 9 assistenti sociali; 6 infermiere).

L’età media del campione è di 56,62 anni: 57,44 anni per gli uomini, 55,80 anni per le donne.

La media delle ore lavorative durante la settimana è pressoché uguale in entrambi i gruppi (36,88 uomini; 36,40 donne), con una lieve differenza sul piano professionale (36,77 psicologi; 37,57 psichiatri; 36,00 infermieri; 36,00 assistenti sociali).

La media degli anni di servizio per gli uomini corrisponde a 29,72 anni, mentre per le donne risulta essere di 27,88 anni.

La Tabella 1 riporta schematicamente le caratteristiche socio-demografiche e cliniche del gruppo sperimentale.

Tabella 1. Caratteristiche socio-demografiche e cliniche del gruppo sperimentale per genere.


Uomini N=25 (50%)Donne N=25 (50%)Totale N=50 (100%)
MisureM(DS)M(DS)M(DS)
Età57.44 (3.980)55.80 (4.021)56.62 (4.045)
Ore lavorative settimanali36.88 (1.013)36.40 (.816)36.64 (.942)
Anni di servizio29.72 (4.920)27.88 (6.483)28.80 (5.771)
MBI – EE10.96 (9.906)11.48 (9.501)11.22 (9.609)
MBI – DP2.52 (3.959)2.32 (3.159)2.42 (3.546)
MBI – PA40.32 (5.496)39.76 (8.875)40.04 (7.312)
GHQ – Totale11.6400 (5.30629)11.9600 (4.55961)11.8000 (4.89898)

Le analisi statistiche sono state condotte in due fasi: 1) Analisi ANOVA; 2) analisi di correlazione tra le variabili indagate all’interno del campione sperimentale.

L’analisi della varianza (Tabella 2) non ha evidenziato differenze statisticamente significative tra i soggetti del campione, sia uomini sia donne, per quanto riguarda l’età e gli anni di servizio degli operatori, nonché i risultati dei test MBI e GHQ, mentre si riscontra una lieve differenza per ciò che concerne le ore lavorative settimanali (F=3.402; P=.154).

Tabella 2. Risultati ANOVA.

MisureFP
Età2.101.071
Ore lavorative settimanali3.402.154
Anni di servizio1.278.264
MBI-EE.036.851
MBI-DP.039.844
MBI-PA.072.790
GHQ-Totale.052.820

È stata dimostrata, invece, una correlazione positiva tra le sottoscale DP (Depersonalizzazione) ed EE (Esaurimento Emotivo) del MBI (r=.321; p<0.05); ciò significa che la depersonalizzazione può essere conseguente all’esaurimento emotivo, nonché causa di esso.

Una correlazione positiva è stata comprovata anche tra età e ore lavorative settimanali (r=.301; p<0.05); infatti, con l’avanzare degli anni i ritmi di lavoro possono risultare molto faticosi, causando un maggiore dispendio energetico e dunque una maggiore esposizione allo stress lavoro-correlato.

Si risconta, inoltre una correlazione positiva tra ore lavorative e DP (r=.138; p<0.05); per cui il carico lavorativo settimanale può essere considerato un fattore di rischio nell’insorgenza di comportamenti depersonalizzanti, che portano l’operatore a porsi in modo cinico e distaccato nei confronti dell’utente.

Correlano positivamente l’età e i punteggi totali al test GHQ-12 (r=-.141; p<0.05), dimostrando che l’età incide sul benessere generale degli operatori della salute mentale.

Una correlazione positiva si evidenzia anche e tra età e PA (r=.034; p<0.01), a dimostrazione che con l’aumentare dell’età, dunque dell’esperienza, aumenta di conseguenza anche la realizzazione personale.

La correlazione tra anni di servizio e DP (r=.070; p<0.01), dimostra che la depersonalizzazione è conseguente all’esperienza maturata nel settore sociosanitario.

Infine, la sottoscala EE correla positivamente con i risultati totali del GHQ (r= -.936; p<0.01), per cui si evince che l’esaurimento emotivo provoca un calo del benessere generale negli operatori della salute mentale.

Le correlazioni attestate vengono di seguito riportate in Tabella 3.

Tabella 3. Correlazioni tra tutte le variabili indagate.


EtàAnni di servizioOre lavorative settimanaliMBI-EEMBI-DPMBI-PAGHQ-Totale
Età
.735**.301*

.034**-.141*
Anni di servizio.735**


.070**

Ore lavorative settimanali.301*


.138*

MBI-EE



.321*
-.936**
MBI-DP
.070**.138*.321*


MBI-PA.034**





GHQ-Totale-.141*

-.936**


**p<0.01 (a due code)

*p<0.05 (a due code)

DISCUSSIONE

Analizzando i risultati dello studio, è emerso che non vi sono differenze statisticamente significative tra i soggetti del gruppo sperimentale. Ciò significa che uomini e donne, che lavorano nell’ambito della salute mentale, hanno le stesse possibilità di sviluppare la sindrome del burnout, dunque la differenza di genere non incide sull’insorgenza di tale sindrome.

Tuttavia lo studio presenta alcuni limiti: uno di questi è dato dal numero esiguo di partecipanti alla ricerca; inoltre, non sono stati indagati altri aspetti che potrebbero incidere sull’insorgenza del burnout, come lo stato civile degli operatori, nonché la presenza, negli operatori della salute mentale esaminati, di altri disturbi (disturbi di personalità; depressione) che potrebbero influire negativamente sulle attività lavorative e dunque condurre i soggetti a sviluppare la sindrome del burnout. Ancora, non sono stati presi in esame altri fattori che potrebbero portare allo sviluppo di burnout, come l’esposizione nell’arco della vita ad eventi traumatici di ogni genere.

CONCLUSIONI

La lotta al burnout passa attraverso il raggiungimento di un equilibrio tra lo stress e la calma, tra il lavoro e la vita privata, tra il dare e il ricevere. La sindrome del burnout può essere curata solo applicando cambiamenti radicali nella vita professionale dell’operatore in burnout; questo può inoltre necessitare di una psicoterapia adeguata. Oltre ad essere terapeutico, un cambiamento radicale può essere un modo per evolvere professionalmente, rimanendo nel campo sociale. Tuttavia, poiché si tratta di interventi drastici, non sempre è possibile metterli in atto: molto più realistica appare l’ottica della prevenzione. La prevenzione è in parte una responsabilità del singolo operatore, e in parte un dovere dell’organizzazione. Per quanto riguarda la prevenzione, assumono un ruolo molto importante le relazioni che si creano all’interno di un’organizzazione, sia che esse si sviluppino a livello orizzontale, ossia tra colleghi, sia che esse si sviluppino a livello verticale, quindi relazioni con soggetti situati a livelli gerarchici differenti. Le persone che godono di elevato sostegno da parte di colleghi e dirigenti possono valutare un evento come meno stressante rispetto alle persone con basso sostegno (ad esempio in caso di difficoltà possono chiedere aiuto). Il sostegno può attutire l’effetto stressante degli eventi rafforzando le capacità di coping delle persone. Per favorire la coesione di gruppo, e quindi lo sviluppo del supporto sociale, sarebbe opportuno svolgere periodicamente delle riunioni del personale, che abbiano come obiettivo quello di essere un momento di confronto per parlare dell’assistenza ai singoli pazienti, confrontando i vari metodi e cercando di adottare il migliore, discutendo di eventuali problemi tra gli operatori. Inoltre, queste riunioni dovrebbero servire anche a rilevare e monitorizzare i livelli di stress, valutare le aspettative e le condizioni in cui si lavora, creando un gruppo di lavoro/studio per cercare delle soluzioni da proporre all’amministrazione. Per riuscire in questo occorre, innanzitutto riuscire a migliorare i livelli di comunicazione interpersonale per far sì che gli operatori comunichino tra loro e cerchino di risolvere i problemi che si manifestano, poi bisognerà avere l’appoggio dei quadri dirigenziali.

L’operatore professionale deve riuscire ad avere un potenziamento della sua autostima e della sua sicurezza, riuscendo a controllare la situazione che lo circonda modificando i suoi obiettivi, la sua routine di lavoro.

Dallo studio è emerso che gli operatori della salute mentale del territorio reggino possono solo ed essenzialmente basarsi sulla propria resilienza e sulle proprie strategie di coping per fronteggiare il rischio burnout, poiché le aziende ASL e ospedaliere, non si interessano della “salute psicologica” dell’operatore, anzi contribuiscono ad un peggioramento con regolamenti restrittivi, con l’eccesso di casi affidati al singolo operatore, con un’amministrazione scadente. L’esigenza, quindi, è quella di tutelare l’operatore ricercando ed analizzando nuove strategie di investimento delle risorse professionali in grado di garantire un maggior benessere psico-fisico che porterebbe di conseguenza ad un miglioramento della qualità del suo operato.

Nonostante la consapevolezza dell’esistenza del problema burnout, i programmi di sostegno all’operatore sanitario nel territorio reggino sono quasi inesistenti, o per mancanza di adeguati finanziamenti a supporto, o perché culturalmente si è soliti pensare che chi esprime le proprie emozioni sia un elemento debole, non capace di controllarsi. In realtà investendo sulla crescita personale dell’operatore si può incidere qualitativamente anche su quella professionale.

Uno spunto per ulteriori studi, potrebbe essere definire quanto sia conveniente per le Aziende Ospedaliere correre il rischio di dover attuare delle strategie preventive allo scopo di ridurre il rischio di esaurimento emotivo degli operatori. Infatti, occorre considerare le ricadute economiche derivanti dalle situazioni di disagio sul lavoro, in termini di malattie, assenze, scarsa qualità del servizio o addirittura in trasferimenti o dimissioni di persone caratterizzate da una professionalità elevata, costata tempo, fatica, ed investimenti economici pubblici.

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