Ven. Feb 13th, 2026

Covid-19 e salute mentale: Conseguenze della pandemia da COVID-19 sulla psicopatologia e sui servizi di salute mentale: una revisione narrativa della letteratura

Dott.ssa Eleonora Stranges – Dott.ssa Sophie Staffieri
Pubblicazione Anno 8 n. 88 DICEMBRE 2025 – ISSN 2612-4947

ABSTRACT

Sulla scia della pandemia senza precedenti di COVID-19, l’umanità si è trovata ad affrontare non solo le conseguenze sanitarie di un’epidemia virale globale, ma anche un impatto profondo sul benessere psicologico. Numerosi studi hannodocumentato un significativo incremento dei livelli di stress, ansia, depressione e sintomi post-traumatici nella popolazione generale, delineando un quadro di sofferenza mentale di ampia portata.

Il periodo pandemico, COVID-19 e salute mentale sono risultati strettamente interconnessi, come evidenziato da dati epidemiologici che indicano un incremento globale fino al 25% della prevalenza di ansia e depressione. Tale impatto è risultato particolarmente rilevante nei bambini e negli adolescenti, nei quali si è registrato un aumento dei disturbi psichiatrici, inclusi disturbi d’ansia, depressione, disturbo ossessivo-compulsivo e ideazione suicidaria, soprattutto durante i periodi di lockdown e di prolungato isolamento sociale.

La pandemia ha inoltre messo in luce vulnerabilità individuali e criticità strutturali dei servizi di salute mentale, accompagnate da un incremento del disagio psichico, delle dipendenze, dei comportamenti suicidari e del burnout negli operatori sanitari.

In questo contesto, emerge la necessità di rafforzare i servizi di salute mentale, incrementare i finanziamenti dedicati e promuovere strategie di prevenzione e destigmatizzazione, al fine di garantire un accesso più equo ed efficace alle cure e di promuovere lo sviluppo di risposte strutturate, efficaci e sostenibili alle nuove sfide poste dalla salute mentale nel contesto post-pandemico.

1. INTRODUZIONE AL TEMA

1.1 L’Era del COVID-19

Il Covid-19 è una malattia infettiva causata dal virus SARS-CoV-2 che si è diffuso rapidamente in tutto il mondo dalla fine del 2019, con gravi ripercussioni sulla salute, sulla vita finanziaria e sociale della popolazione (Carpiniello, 2020; WHO, 2022). È comunemente noto come “CoronaVirus”, termine più generico che identifica una famiglia di virus responsabili di patologie prevalentemente respiratorie, con quadri clinici di diversa gravità (Zhu et al., 2021).

I sintomi comuni del Covid-19 includono febbre, affaticamento, perdita del gusto o dell’olfatto e dolori muscolari; tra quelli meno frequenti sono stati descritti nausea, eruzioni cutanee e confusione mentale (Yong, 2021). Nei casi più gravi, soprattutto in soggetti anziani o affetti da comorbilità, l’infezione può evolvere verso polmonite severa e insufficienza respiratoria acuta, richiedendo il ricovero ospedaliero e terapie intensive (Zhu et al., 2021).

Numerosi studi hanno evidenziato come una quota significativa dei pazienti affetti da COVID-19, stimata intorno al 50%, presenti effetti a lungo termine caratterizzati da sintomi persistenti, quali affaticamento cronico, dolori articolari e muscolari, disturbi cognitivi e alterazioni dell’umore, che possono protrarsi oltre dodici settimane dalla guarigione clinica. Questa condizione è comunemente definita Long Covid o sindrome post-COVID-19 (Yong, 2021; Bourmistrova et al., 2021).

La rapida diffusione del virus ha determinato l’insorgenza di una pandemia su scala globale. In Italia, nel marzo 2020, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato lo stato di emergenza, che ha portato all’adozione di misure straordinarie, tra cui la chiusura totale del Paese. Analogamente, in numerose altre nazioni sono state implementate restrizioni severe, inclusi prolungati periodi di lockdown e distanziamento sociale (Carpiniello, 2020; WHO, 2022). Tali provvedimenti hanno inciso profondamente su ogni aspetto della vita quotidiana, generando conseguenze estese e durature sulla salute pubblica e sul benessere psicologico della popolazione (Glinianowicz et al., 2021).

Il numero crescente di casi ha progressivamente sopraffatto i sistemi sanitari, causando il sovraffollamento degli ospedali e mettendo in luce importanti disuguaglianze nell’accesso alle cure, in particolare a svantaggio delle fasce socioeconomiche più fragili (Carpiniello, 2020). Sebbene sia ormai evidente che il Covid-19 abbia avuto un impatto significativo sulla salute mentale delle società contemporanee, la letteratura segnala una forte eterogeneità metodologica degli studi disponibili, rendendo complesso ottenere dati pienamente rappresentativi e un quadro complessivo ed esaustivo degli effetti psicopatologici della pandemia a livello di popolazione generale (Ferrari & Martori, 2021; Bourmistrova et al., 2021).

La pandemia da CoronaVirus ha mostrato un impatto rilevante sulla salute mentale della popolazione, contribuendo a un aumento dei disturbi psicologici quali ansia, depressione, disturbi post-traumatici da stress e ideazione suicidaria, sia in soggetti precedentemente sani sia in individui con una storia di patologia psichiatrica (Sher, 2020; Chamaa et al., 2021; Farooq et al., 2021). Nei pazienti con disturbi mentali preesistenti, l’emergenza sanitaria e l’isolamento sociale hanno frequentemente determinato un peggioramento del quadro clinico e una maggiore difficoltà di accesso ai servizi di salute mentale (Guessouma et al., 2020; Restauri & Sheridan, 2020). Tali aspetti saranno approfonditi nelle sezioni successive.

1.2 Definizione di paziente psichiatrico

Con il termine “paziente psichiatrico” ci si riferisce a un individuo a cui è stato diagnosticato un disturbo mentale e che manifesta alterazioni significative nella percezione di sé, degli altri e del mondo circostante. Questi disturbi possono comportare compromissioni del funzionamento cognitivo, emotivo e comportamentale, richiedendo interventi clinici specifici, come descritto nei principali manuali di riferimento della disciplina psichiatrica (Siracusano e Niolu, Manuale di Psichiatria). È fondamentale sottolineare che non tutti i disturbi psichiatrici presentano una eziologia biologica definita; a differenza di alcune malattie mediche con cause chiaramente identificate, i confini tra salute mentale e patologia psichiatrica possono essere meno netti e complessi da delineare, anche a causa dell’interazione tra fattori biologici, psicologici e sociali (Carpiniello, 2020; Sher, 2020).

Una guida fondamentale per la comprensione e la classificazione dei disturbi mentali è il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM), la cui versione più recente è il DSM-5-TR, pubblicato nel 2022. Questo strumento classifica i disturbi psichiatrici in base alla descrizione dei sintomi e fornisce criteri diagnostici standardizzati che i clinici possono utilizzare per formulare diagnosi specifiche. Tuttavia, poiché il DSM-5-TR classifica le malattie mentali prevalentemente sulla base dei sintomi osservabili, alcuni autori ne hanno evidenziato i limiti concettuali. In particolare, l’elevato numero di categorie diagnostiche può favorire una sovrastima della comorbilità, dovuta alla sovrapposizione sintomatologica tra diversi disturbi mentali (Siracusano e Niolu; Pompili, 2021).

Diversi studi hanno evidenziato un’ampia diffusione di sintomi psichiatrici nella popolazione generale in seguito alla pandemia da COVID-19, tra cui ansia (13%), depressione (12%), disturbi del sonno (11%), difficoltà cognitive (27%) e problemi di memoria (16%) (Ferrari e Martori, 2021; WHO, 2022; Glinianowicz et al., 2022). 

Tali manifestazioni potrebbero essere associate sia a cambiamenti neurobiologici, come processi infiammatori e alterazioni strutturali cerebrali a carico di aree quali l’ippocampo e la corteccia orbito frontale, sia a fattori ambientali e psicologici, tra cui isolamento sociale, stress cronico, paura della morte o della perdita di persone care e difficoltà economiche (Yong, 2021; Barakat et al.; Zhu et al., 2022). Questi elementi hanno contribuito ad aumentare la vulnerabilità individuale allo sviluppo o alla riacutizzazione di disturbi mentali, sia nella popolazione adulta sia in bambini e adolescenti (Guessouma et al., 2020; Oliveira et al., 2021; Luginaah et al., 2023).

2. LO SVILUPPO DI DISTURBI PSICHIATRICI DURANTE LA PANDEMIA DI COVID

2.1 Fattori causali

Il COVID-19 ha evidenziato un significativo impatto negativo sulla salute mentale, con un incremento stimato di circa 25% dei disturbi d’ansia e depressivi nella popolazione generale durante la pandemia (World Health Organization, 2022; Zhu et al., 2021).

L’impatto complessivo della pandemia ha inoltre esacerbato i sintomi psichiatrici preesistenti, determinando un aumento rilevante dei casi di disturbo da stress post-traumatico (PTSD) tra i sopravvissuti al COVID-19 (Sher, 2020; Chamaa et al., 2021; Restauri & Sheridan, 2020). Sebbene gli effetti a lungo termine sulla salute mentale siano ancora oggetto di studio, diversi lavori evidenziano che la depressione rappresenta uno dei sintomi più frequentemente associati alla sindrome da Long COVID (Yong, 2021; Bourmistrova et al., 2021; Zhu et al., 2021).

L’isolamento sociale, caratteristica distintiva della pandemia di COVID-19, è emerso come un fattore determinante nell’aumento dei disturbi di salute mentale (Carpiniello, 2020; Glinianowicz et al., 2021; Barakat et al., 2021). Studi di revisione collegano la quarantena prolungata e la paura del contagio a un aumento della prevalenza di ansia, depressione, strategie di coping disadattive (come alimentazione emotiva e uso di sostanze) e PTSD (Ferrari & Martori, 2021; Ferrari & Martori, 2021; Chamaa et al., 2021; Farooq et al., 2021). La solitudine può inoltre favorire la ruminazione di pensieri negativi, aggravando i sintomi depressivi e ostacolando il recupero psicologico (Glinianowicz et al., 2021; Zhu et al., 2021).

Le restrizioni legate alla pandemia hanno avuto un impatto sproporzionato sugli anziani con condizioni di salute preesistenti. La riduzione del supporto sociale durante i lockdown ha aumentato la loro vulnerabilità al comportamento suicidario (Sher, 2020; Massariolo, 2021; Pompili, 2021).

Oltre all’isolamento sociale, la paura del contagio e della perdita di persone care durante la pandemia da COVID-19 rappresenta un importante fattore scatenante del PTSD (Chamaa et al., 2021; Restauri & Sheridan, 2020). Ulteriori fattori stressanti hanno contribuito all’incremento dei disturbi psichiatrici: l’improvviso cambiamento delle routine quotidiane e la necessità di adattarsi rapidamente a nuove condizioni hanno favorito l’aumento dello stress cronico, dell’ansia e dei disturbi dell’umore, in particolare in bambini e adolescenti (Guessouma et al., 2020; De Oliveira et al., 2021; Glinianowicz et al., 2021).

In aggiunta, la pandemia ha avuto un forte impatto sulla vita economica e professionale delle persone: l’insicurezza occupazionale e le difficoltà finanziarie hanno incrementato stress, frustrazione e disagio psicologico nella popolazione generale (Ferrari & Martori, 2021; World Health Organization, 2022).

Le condizioni di salute preesistenti e il limitato accesso ai servizi sanitari durante la pandemia hanno reso alcuni individui più vulnerabili sia all’infezione da COVID-19 sia allo sviluppo di disturbi mentali. Inoltre, forme più gravi della malattia sembrano essere associate a un maggiore disagio psicologico, inclusi sintomi depressivi, ansiosi e psicotici (Carpiniello, 2020; Bourmistrova et al., 2021; de Oliveira, 2020; Messina & Signorelli, 2021; Siracusano & Niolu, 2021).

Dopo aver esaminato i principali fattori di stress legati alla pandemia e il loro potenziale contributo ai disturbi di salute mentale, è possibile concentrarsi su alcuni dei disturbi psichiatrici specifici segnalati dalle persone durante e dopo l’infezione da COVID-19 (Sher, 2020; Bourmistrova et al., 2021).

Una ricerca condotta da Wang et al. su 56.679 partecipanti provenienti da 34 province cinesi ha riportato che il 29,2% degli intervistati ha sperimentato problemi di salute mentale da moderati a gravi, comprendenti sintomi di depressione, ansia, insonnia e stress acuto (Wang et al., 2020). Questi dati trovano conferma negli studi più recenti di Dragioti et al. (2023), i quali evidenziano come i disturbi del sonno rappresentino uno dei problemi psichiatrici più frequenti nei pazienti affetti da COVID-19, sia nella fase acuta sia nel post-infezione (Papagiouvanni et al., 2021; Bourmistrova et al., 2021).

I disturbi del sonno risultano strettamente correlati a depressione e ansia, poiché interferiscono con la capacità di dormire in modo adeguato e sano, compromettendo il funzionamento quotidiano e il benessere psicologico (Zhu et al., 2021; Papagiouvanni et al., 2021). La situazione appare particolarmente critica per gli individui costretti all’isolamento ospedaliero o domiciliare, spesso esposti anche a fenomeni di discriminazione e stigma sociale (Carpiniello, 2020; Ferrari & Martori, 2021). Il sonno svolge infatti un ruolo fondamentale nella salute fisica e mentale, contribuendo anche alla regolazione del sistema immunitario (Papagiouvanni et al., 2021). Sebbene la maggior parte degli studi si sia concentrata sull’insonnia, stanno emergendo anche altri disturbi del sonno, tra cui la narcolessia e le alterazioni del sonno REM, come problematiche clinicamente rilevanti nel contesto pandemico (Papagiouvanni et al., 2021; Zhu et al., 2021).

Secondo lo studio Global Burden of Disease (GBD 2020), nel 2020 si è registrato un aumento globale del 27,6% dei disturbi depressivi maggiori (MDD) e dei disturbi d’ansia (AD), con un impatto sproporzionato sulle donne e sui giovani adulti tra i 20 e i 24 anni (World Health Organization, 2022). Ulteriori stime indicano 53,2 milioni di nuovi casi di MDD e 76,2 milioni di nuovi casi di AD a livello globale nello stesso anno (WHO, 2022; Zhu et al., 2021).

Studi successivi, come quelli condotti da Ahmed et al., indicano che i giovani tra i 21 e i 40 anni risultano più vulnerabili rispetto alle fasce di età più avanzate, probabilmente a causa della maggiore esposizione ai social media, che può favorire un incremento dei sintomi di ansia generalizzata e ansia sociale (Guessouma et al., 2020; De Oliveira et al., 2021). Inoltre, le donne sembrano maggiormente predisposte allo sviluppo di depressione, sintomi di panico e manifestazioni somatiche (Zhu et al., 2021; Ferrari & Martori, 2021).

I dati indicano che gli individui con disturbi mentali preesistenti non sembrano discostarsi in modo significativo dalla popolazione generale in termini di suscettibilità all’infezione da COVID-19. Tuttavia, emergono differenze rilevanti una volta contratta l’infezione, poiché tali soggetti risultano più suscettibili al ricovero ospedaliero e allo sviluppo di forme gravi della malattia, con una particolare vulnerabilità nei pazienti affetti da disturbi psicotici (Carpiniello, 2020; Messina & Signorelli, 2021; Siracusano & Niolu, 2021).

In questo contesto, la pandemia può essere considerata un vero e proprio disastro sanitario globale, con effetti psicologici paragonabili a quelli osservati in seguito a calamità naturali e catastrofi di massa (Sher, 2020; Pompili, 2021). Tra i disturbi più tipici conseguenti a eventi traumatici rientra il disturbo post-traumatico da stress (PTSD), che frequentemente si associa a comorbidità psichiatriche, in particolare al disturbo depressivo maggiore, secondo disturbo più comune dopo un disastro, e all’abuso di sostanze (Chamaa et al., 2021; Restauri & Sheridan, 2020; Siracusano & Niolu, 2021).

2.2 Conseguenze nei pazienti affetti da PTSD

In questo paragrafo verrà analizzato il disturbo da stress post-traumatico (PTSD), con particolare attenzione alle conseguenze della pandemia da COVID-19. Si esaminerà come il PTSD si sia manifestato in individui che precedentemente non presentavano sintomi post-traumatici, nonché l’impatto della pandemia su coloro che già convivevano con il disturbo, evidenziando come l’emergenza sanitaria abbia potenzialmente aggravato i quadri clinici preesistenti (Chamaa et al., 2021; Restauri & Sheridan, 2020; Farooq et al., 2021).

Il disturbo da stress post-traumatico può essere considerato, in parte, un disturbo della memoria, caratterizzato da un ricordo persistente e angosciante degli eventi traumatici, sebbene sia più complesso di così (Sher, 2020; Thomas, 2020).

Si manifesta in individui che hanno vissuto in prima persona o assistito a un evento profondamente angosciante, come la pandemia da COVID-19. I sintomi del PTSD si dividono in quattro categorie principali: ricordi intrusivi (flashback e pensieri involontari), comportamenti evitanti, emozioni e pensieri negativi (senso di colpa, distacco emotivo) e iperattivazione (ansia, irritabilità e ipervigilanza) (Chamaa et al., 2021; Restauri & Sheridan, 2020).

La combinazione tra COVID-19 e PTSD è rischiosa, poiché la paura di ammalarsi può essere un fattore scatenante per lo sviluppo del disturbo, soprattutto in individui che hanno già vissuto esperienze traumatiche legate alla malattia o alla perdita di persone care (Dubé et al., 2021; Sher, 2020). Tale paura può manifestarsi attraverso comportamenti di ipervigilanza rispetto all’igiene personale, evitamento di luoghi pubblici o assembramenti e preoccupazione persistente di essere contagiati, nonostante le precauzioni adottate (Sher, 2020; Thomas, 2020).

Per bambini e adolescenti, la quarantena ha comportato la privazione delle attività ricreative all’aperto e dei contatti sociali, aumentando il rischio di isolamento emotivo (Guessouma et al., 2020; De Oliveira et al., 2021). Inoltre, in alcuni contesti, il confinamento domiciliare ha determinato una maggiore esposizione a situazioni di violenza domestica, contribuendo allo sviluppo di traumi e aumentando la vulnerabilità psicologica nei più giovani (Luginaah et al., 2023).

Gli individui senza PTSD preesistente che hanno sviluppato una forma grave di COVID-19 e hanno richiesto il ricovero in terapia intensiva/intubazione hanno manifestato sintomi di PTSD. Questi risultati suggeriscono che le malattie critiche e le procedure mediche invasive possono essere potenziali fattori scatenanti per lo sviluppo del disturbo. Inoltre, si è ipotizzato che il PTSD possa spiegare alcuni o tutti i disturbi cognitivi soggettivi del paziente e i risultati dei test neuropsicologici (Yong, 2021; Sher, 2020).

Uno studio ha valutato la comparsa di sintomi di PTSD nei familiari dei pazienti affetti da COVID-19, rilevando che il 63,6% dei partecipanti presentava sintomi significativi a 3 mesi dall’evento, mentre la percentuale scendeva al 32,9% a un anno. Durante le osservazioni, sono emersi tre gruppi di evoluzione dei sintomi nel tempo: sintomi persistenti (34,8%), sintomi recuperati (33,0%) e sintomi non sviluppati (32,2%). In generale, la popolazione italiana ha registrato una percentuale considerevolmente alta di PTSD (29,5%) (Chamaa et al., 2021; Farooq et al., 2021).

Durante il periodo di lockdown, caratterizzato da sentimenti di paura, ansia, solitudine, rabbia e tristezza, la vulnerabilità allo sviluppo di nuovi disturbi mentali potrebbe essere aumentata, mentre le condizioni psichiatriche preesistenti sono state spesso aggravate, talvolta fino alla comparsa di pensieri suicidari (Sher, 2020; Dubé et al., 2021; Pompili, 2021)

2.3 Tassi di suicidio e tassi di autolesionismo

Il suicidio e l’autolesionismo, derivanti dagli effetti diretti e indiretti della pandemia di COVID-19, rappresentano una grave preoccupazione per la salute pubblica (Sher, 2020; Dubé et al., 2021; Farooq et al., 2021). Studi recenti indicano che la pandemia ha avuto un impatto significativo sulla salute mentale dei giovani, esponendoli a un rischio sproporzionato di comportamenti suicidi e autolesionistici (Bourmistrova et al., 2021; De Oliveira et al., 2021). Le donne e le persone con patologie fisiche preesistenti come asma, cancro e malattie cardiache sembrano essere maggiormente vulnerabili allo sviluppo di sintomi psichiatrici durante questo periodo (Ferrari & Martori, 2021; WHO, 2022).

Tra le cause principali di suicidio, tentativi di suicidio o autolesionismo durante la pandemia figurano: la paura di ammalarsi o di contagiare gli altri, il senso di colpa e la vergogna legati alla perdita del lavoro e alla crisi economica, nonché le misure di isolamento e l’abbandono emotivo (Sher, 2020; Thomas, 2020; Ferrari & Martori, 2021). L’autolesionismo può essere interpretato come un tentativo disfunzionale di affrontare l’angoscia ed esprimere le proprie emozioni, ma spesso genera ulteriori problematiche cliniche (Sahoo et al., 2020).

Secondo Murphy et al. (2012), l’autolesionismo rappresenta un fattore di rischio per il suicidio. È importante sottolineare che non tutti gli individui che si infliggono ferite intendono morire: alcuni lo fanno come mezzo per ristabilire un senso di incarnazione durante episodi di depersonalizzazione (Murphy et al., 2012; Sher, 2020).

In Italia, i dati ISTAT per il 2020 mostrano una leggera diminuzione dei suicidi rispetto al 2019 (-2,8% negli uomini e -7,7% nelle donne). Tuttavia, tali dati potrebbero non riflettere l’impatto complessivo della pandemia, e non sono ancora disponibili informazioni complete e affidabili (Pompili, 2021).

A livello globale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima un aumento del 10% dei suicidi nel 2020 rispetto al 2019 (WHO, 2022). Negli Stati Uniti, i dati del CDC indicano un incremento del 5,6% dei suicidi tra i giovani di 10-24 anni, fenomeno in parte collegato alla maggiore disponibilità di armi (Sher, 2020; WHO, 2022). In Cina, uno studio del 2020 ha rilevato un aumento del 25,6% dei tassi di suicidio nei primi mesi della pandemia (Massariolo, 2021).

Il suicidio non è un evento isolato, ma spesso cronico: circa il 40% delle persone decedute aveva già tentato il suicidio in precedenza (Sher, 2020; Pompili, 2021). Il periodo di maggiore rischio si colloca nelle 24 ore successive a un tentativo, momento in cui l’intervento del personale medico e le campagne informative risultano cruciali per la prevenzione (Sher, 2020; Tiesman et al., 2021).

Le statistiche evidenziano che il genere maschile è sistematicamente associato a tassi più elevati di suicidio riuscito, rispetto alle donne che tentano il suicidio senza sempre riuscirci, probabilmente perché mirano a preservare l’integrità del proprio corpo (Sher, 2020; Pompili, 2021).

3 L’IMPATTO DELLA PANDEMIA SULLE PERSONE CONDISTURBI MENTALI PREESISTENTI

3.1 Popolazione a rischio

L’impatto della pandemia sulle persone con disturbi mentali preesistenti è ben documentato in letteratura. Uno studio condotto in Corea del Sud su individui messi in quarantena per MERS aveva già dimostrato che, dopo aver controllato altre variabili confondenti, coloro che soffrivano di disturbi mentali preesistenti avevano un rischio significativamente più elevato di manifestare ansia e rabbia sei mesi dopo la fine della quarantena (Sher, 2020; Bourmistrova et al., 2021).

L’effetto psicopatogenico della pandemia sulla popolazione generale può essere spiegato su più livelli, essenzialmente perché la pandemia rappresenta un evento stressante con un forte impatto emotivo e affettivo (Sher, 2020; Thomas, 2020).

All’inizio dell’emergenza COVID-19, i ricercatori impegnati nella prevenzione del suicidio hanno avviato collaborazioni internazionali per monitorare l’evoluzione del fenomeno. Ciò ha portato alla formazione del collettivo noto come Covid-19 Suicide Prevention Research Collaboration, gettando le basi per strategie essenziali volte a contrastare il suicidio durante la pandemia (Gunnell et al., 2020). Contemporaneamente, sono state lanciate numerose iniziative di sostegno per le persone in crisi, con particolare attenzione a condizioni precarie come la solitudine, l’ansia collettiva e le difficoltà legate al lockdown. I dati nazionali confermano l’impatto della pandemia sul rischio suicidario (Ferrari & Martori, 2021; WHO, 2022).

In Giappone, Sakamoto et al. (2021) hanno rilevato un aumento dei tassi di suicidio durante ottobre e novembre tra gli uomini e durante i mesi di luglio e novembre tra le donne rispetto agli anni precedenti, con 20.882 suicidi segnalati nel 2020. Il tasso di mortalità aggiustato per età (AMR) per il 2020 è stato dell’110,1%, significativamente superiore al previsto, con un numero di morti per suicidio in eccesso (1919), che ha superato la differenza nella mortalità per suicidio tra il 2019 e il 2020. Le difficoltà economiche, in particolare tra le donne che hanno perso il lavoro durante la pandemia, sono state identificate come fattori determinanti significativi dell’aumento del rischio di suicidio (Massariolo, 2021; Pompili, 2021).

Nel Regno Unito, un’indagine condotta durante le prime settimane di lockdown ha rilevato un aumento dell’ideazione suicidaria, con il 14% dei giovani adulti che ha riportato pensieri suicidari tra fine aprile e metà maggio 2020 (O’Connor et al., 2020; Sher, 2020). Con il passare dei mesi, è diventato sempre più urgente raccogliere dati sui tassi di suicidio globali durante la pandemia, permettendo di comprendere meglio il fenomeno all’inizio del 2021 (WHO, 2022).

In Australia, Leske et al. (2021) hanno condotto uno studio utilizzando un sistema di sorveglianza dei suicidi in tempo reale da febbraio ad agosto 2020, che ha rivelato che la pandemia di COVID-19 non ha influito sui tassi di suicidio sospetti durante i primi sette mesi successivi alla dichiarazione di emergenza sanitaria pubblica nel Queensland. Inoltre, gli studiosi hanno osservato che nella maggior parte dei paesi, in particolare quelli ad alto reddito, non è stato segnalato alcun aumento dei tassi di suicidio durante la pandemia. Uno studio che ha analizzato i dati sui suicidi in 21 paesi durante la pandemia di COVID-19 ha rilevato che i tassi sono rimasti stabili o addirittura diminuiti nei primi mesi della pandemia rispetto ai livelli previsti (Pirkis et al., 2021; WHO, 2022).

3.2 Psicosi e delirio

La psicosi è una sindrome debilitante, caratterizzata principalmente da deliri, allucinazioni e disorganizzazione del pensiero, del linguaggio e del comportamento, con molteplici eziologie (Messina & Signorelli, 2021; Siracusano & Niolu, 2021).

Numerosi studi hanno evidenziato una correlazione tra il rischio di sviluppare disturbi psicotici e fattori quali precedenti ricoveri ospedalieri o trattamenti per infezioni gravi, la presenza di disturbi comportamentali aggressivi, malattie autoimmuni e infezioni materne durante la gravidanza (Yong, 2021; Messina & Signorelli, 2021). Questi dati suggeriscono che il COVID-19 possa rappresentare un potenziale fattore scatenante per episodi psicotici (Messina & Signorelli, 2021; de Oliveira, 2020).

Un caso clinico esemplifica tale fenomeno: una donna di 70 anni senza precedenti di malattie mentali ha manifestato comportamenti strani durante il lockdown. È diventata sospettosa e introversa, convinta che le persone complottassero contro di lei, ha avuto difficoltà a dormire e riferito di sentire voci accusatorie di crimini non commessi. L’episodio psicotico è stato probabilmente innescato dall’isolamento improvviso. I medici hanno escluso qualsiasi causa fisica e le hanno prescritto farmaci che l’hanno aiutata significativamente nel giro di una settimana, con risoluzione completa dei sintomi nei mesi successivi (Messina & Signorelli, 2021).

Questo caso evidenzia come l’isolamento sociale e lo stress durante la pandemia possano rappresentare fattori di rischio per problemi di salute mentale, anche in individui precedentemente sani (Carpiniello, 2020; Sher, 2020). L’isolamento può inoltre aumentare il senso di solitudine e di distacco dalla realtà, creando un terreno fertile per lo sviluppo di deliri (Sher, 2020; Messina & Signorelli, 2021).

Alcuni studi su pazienti psicotici durante la pandemia hanno rilevato modelli di auto-colpevolizzazione, coerenti con il bias di auto-attribuzione consolidato, spesso riflessi nelle allucinazioni, con voci che interiorizzavano la colpa per la crisi globale (Messina & Signorelli, 2021; Carvalho de Oliveira, 2020). Inoltre, i contenuti allucinatori in alcuni partecipanti riguardavano temi legati alla morte e all’inquinamento, indicando ansie specifiche legate alla pandemia (Messina & Signorelli, 2021; Yong, 2021). Questi risultati sottolineano il potenziale della pandemia di aggravare le vulnerabilità preesistenti alla psicosi e influenzare il contenuto delle esperienze psicotiche (Messina & Signorelli, 2021; Carvalho de Oliveira, 2020).

3.3 Disturbo ossessivo-compulsivo (DOC)

Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è una condizione di salute mentale che colpisce milioni di persone nel mondo, causando pensieri angoscianti e intrusivi (ossessioni) e comportamenti ripetitivi (compulsioni), compromettendo significativamente il funzionamento quotidiano e la qualità della vita (Luginaah et al., 2023; Sher, 2020). Le manifestazioni cliniche principali includono: (1) ossessioni di contaminazione e compulsioni di pulizia, (2) ossessioni di simmetria e compulsioni di ripetizione, ordinamento e conteggio, (3) pensieri tabù (ossessioni aggressive, sessuali o religiose) e compulsioni correlate, e (4) paure di danno e compulsioni di controllo (Luginaah et al., 2023).

Uno degli aspetti indagati durante la pandemia è stato l’impatto dello stress globale sul DOC e sul rischio di pensieri suicidi (Dubé et al., 2021; Bourmistrova et al., 2021). Uno studio su pazienti con DOC che avevano completato il percorso terapeutico prima della quarantena ha mostrato che, sei settimane dopo l’inizio del lockdown, questi pazienti presentavano un aumento significativo di ossessioni e comportamenti compulsivi, nonostante precedenti miglioramenti (Luginaah et al., 2023).

Come per molte condizioni psichiatriche, i pazienti con DOC possono essere esposti a un rischio maggiore di autolesionismo o suicidio, soprattutto se non adeguatamente trattati, quando devono affrontare fattori di stress significativi o quando i sintomi sono particolarmente gravi (Sher, 2020; Ferrari & Martori, 2021).

Durante la pandemia di COVID-19, sono emerse preoccupazioni riguardo al potenziale impatto dello stress aggiuntivo, dell’isolamento sociale e dell’accesso limitato ai servizi sanitari sui pazienti con disturbi mentali, compreso il DOC (Luginaah et al., 2023; Papagiouvanni et al., 2021). I pazienti affetti da DOC potrebbero aver trovato particolarmente difficile gestire ossessioni relative alla propria salute o a quella dei propri cari durante questo periodo (Luginaah et al., 2023; Sher, 2020).

Da quando l’OMS ha dichiarato il COVID-19 una pandemia nel 2020, accentuando l’importanza del lavaggio e della disinfezione, sono aumentate le segnalazioni relative all’uso dei servizi sanitari da parte di pazienti con DOC (Papagiouvanni et al., 2021; WHO, 2022). L’enfasi mediatica sulle misure igieniche ha potenzialmente aumentato la percezione del rischio e del senso di responsabilità nelle persone affette da DOC, aggravandone i sintomi (Luginaah et al., 2023; Bourmistrova et al., 2021).

Tuttavia, non esistono dati specifici sul numero di pazienti con DOC che si sono suicidati durante la pandemia, e anche se tali dati fossero disponibili, sarebbero influenzati da molteplici fattori e soggetti a interpretazioni complesse (Sher, 2020; Dubé et al., 2021).

Da quanto emerge dalla letteratura, circa il 77% degli studi suggerisce che la pandemia di COVID-19 abbia avuto un impatto negativo sul DOC nei bambini e negli adolescenti. L’aggravamento dei sintomi sembra derivare da una complessa interazione tra fattori individuali, familiari e socio-strutturali (Luginaah et al., 2023; De Oliveira et al., 2021). Alcuni studi, tuttavia, riportano anche effetti positivi, come il rafforzamento delle relazioni familiari e lo sviluppo di maggiore resilienza nei giovani pazienti (Luginaah et al., 2023).

3.4 Disturbo depressivo maggiore

Le rigide politiche di quarantena domestica implementate nella maggior parte dei paesi colpiti dall’epidemia di COVID-19 hanno minacciato il benessere psicologico dell’intera popolazione (Sher, 2020; Thomas, 2020). Tuttavia, le persone con disturbi mentali preesistenti risultano particolarmente vulnerabili e maggiormente esposte a gravi effetti negativi durante la pandemia e le sue conseguenze (De Oliveira et al., 2021; Bourmistrova et al., 2021).

Per i pazienti con disturbo depressivo ricorrente, la quarantena è considerata un importante fattore di stress, che compromette la routine quotidiana e aumenta i livelli di stress corporeo e cortisolo, portando a un circolo vizioso di ulteriore esacerbazione dei sintomi depressivi (Zhu et al., 2021; Sher, 2020).

La pandemia è stata percepita come particolarmente difficile da questi individui a causa della combinazione di fattori stressanti e della ridotta accessibilità ai servizi di salute mentale (WHO, 2022; Carpiniello, 2020). Tra i principali fattori di rischio figurano: l’isolamento sociale, l’aumento dello stress causato dalla paura del contagio, le preoccupazioni finanziarie e la perdita di persone care, la difficoltà di accedere ai servizi di salute mentale, la perdita della routine, l’aumento del consumo di sostanze e la paura per il futuro (Sher, 2020; Ferrari & Martori, 2021; WHO, 2022).

Uno studio condotto su adolescenti tra i 12 e i 21 anni in una rete di assistenza pediatrica primaria ha confrontato i tassi di screening della depressione nel periodo pre-pandemico (giugno-dicembre 2019) e durante la pandemia (giugno-dicembre 2020). Sebbene lo screening complessivo sia leggermente diminuito, la percentuale di adolescenti con risultati positivi per sintomi depressivi e rischio di suicidio è aumentata, in particolare tra le ragazze e tra adolescenti di razza nera non ispanica e bianca non ispanica (De Oliveira et al., 2021; Guessouma et al., 2020).

Questi risultati evidenziano un preoccupante aumento della depressione e del rischio di suicidio tra gli adolescenti durante la pandemia, sottolineando la necessità di uno screening costante della depressione e della tendenza al suicidio (WHO, 2022; Sher, 2020).

4 CENTRO DI SALUTE MENTALE

4.1 Definizione di CSM

I centri di salute mentale (CSM) sono strutture specializzate nella diagnosi, nel trattamento e nel sostegno delle persone affette da disturbi mentali (Carpiniello, 2020; Sher, 2020). Questi centri offrono un’ampia gamma di servizi, tra cui valutazioni psicologiche, terapie individuali e di gruppo, prescrizione di farmaci psicotropi, consulenza e sostegno alle famiglie (Carpiniello, 2020; Siracusano & Niolu, 2021). L’obiettivo principale dei CSM è migliorare il benessere psicologico e sociale dei pazienti, aiutandoli a gestire i sintomi dei loro disturbi mentali e a raggiungere una migliore qualità della vita (Sher, 2020; WHO, 2022).

4.2 Durante la pandemia di COVID-19

Qual è stata la risposta dei servizi di salute mentale durante la pandemia?

La maggior parte delle pubblicazioni sul tema consiste in contributi descrittivi, che illustrano in dettaglio le principali misure adottate dai servizi di salute mentale per affrontare la pandemia, evidenziando in particolare le principali difficoltà emerse (Carpiniello, 2020; Sher, 2020). Molti studi si concentrano sui contesti locali a livello intra-nazionale, mentre i rapporti nazionali sono relativamente pochi (Sher, 2020; WHO, 2022). Quasi ovunque, i servizi di salute mentale hanno subito una profonda riorganizzazione (Carpiniello, 2020).

Nei servizi di psichiatria di comunità, si è registrata una significativa riduzione degli interventi in presenza, sostituiti solo in parte dalla telepsichiatria, un ramo della psichiatria che utilizza le telecomunicazioni per fornire assistenza psichiatrica a distanza (Carpiniello, 2020; Sher, 2020).

È stata registrata anche una limitazione delle attività nelle unità ospedaliere. Diverse unità sono state convertite in unità di terapia intensiva o semi-intensiva per pazienti affetti da COVID-19 o hanno subito una riduzione dei posti letto per consentire il distanziamento personale. L’opzione prevalente per la gestione dei pazienti ricoverati con gravi disturbi mentali e infezione da COVID è stata la creazione di unità psichiatriche specifiche per i pazienti positivi al COVID o di aree di isolamento nei reparti psichiatrici (Carpiniello, 2020; Sher, 2020).

Inoltre, la maggior parte delle strutture diurne per pazienti psichiatrici sono state temporaneamente chiuse, mentre i residenti nelle strutture residenziali hanno dovuto affrontare severe limitazioni o la completa cancellazione delle uscite. Questi cambiamenti hanno imposto notevoli pressioni negative sulle persone affette da gravi disturbi mentali (Carpiniello, 2020; Sher, 2020).

Nelle strutture comunitarie, le attività sono state limitate ai casi urgenti, mentre le visite domiciliari sono state drasticamente ridotte, con possibili effetti negativi sulla salute mentale dei pazienti. Inoltre, la permanenza forzata a casa ha aumentato le ore di contatto diretto con le famiglie, favorendo l’insorgere o la riattivazione di conflitti intensi (Carpiniello, 2020; Sher, 2020).

4.3 Conseguenze della pandemia sui centri di salute mentale

Un importante sguardo al futuro è fornito da un gruppo di prestigiosi esperti internazionali che hanno pubblicato un articolo dal titolo significativo “Come dovrebbe cambiare la salute mentale dopo la pandemia di COVID-19” (Carpiniello, 2020; Sher, 2020). L’articolo discute gli “adattamenti sostenibili” nella fornitura di servizi di salute mentale, partendo da considerazioni etiche e legali e dal rischio della cosiddetta “doppia discriminazione”, che potrebbe limitare l’accesso agli interventi sanitari, soprattutto in contesti di risorse limitate, e dal timore di potenziali tagli futuri ai servizi, oneri aggiuntivi sproporzionati per l’assistenza, accesso ridotto ai servizi, sostegno finanziario inadeguato per chi ne ha bisogno e aggravamento delle disuguaglianze nell’accesso all’assistenza sanitaria (Carpiniello, 2020; WHO, 2022).

Gli autori sottolineano inoltre la necessità di un maggiore sostegno alle famiglie e agli assistenti, esprimendo particolare preoccupazione per le disparità etniche e razziali nell’accesso all’assistenza, anche nel settore della salute mentale (Carpiniello, 2020; Sher, 2020).

Per superare i limiti dell’assistenza diretta, si propone di incrementare gli interventi a distanza, sfruttando le esperienze di paesi come Canada e Australia, che dispongono di servizi digitali efficienti per popolazioni geograficamente disperse, pur riconoscendo i limiti e le difficoltà insiti nella teleassistenza, come la ridotta interazione personale e le barriere tecnologiche (Carpiniello, 2020; Sher, 2020; WHO, 2022).

4.4 Tassi di suicidio tra gli operatori sanitari

Dall’inizio dell’emergenza sanitaria legata alla diffusione del COVID-19, gli operatori sanitari sono stati in prima linea nella lotta contro l’epidemia in vari contesti sanitari, esposti sia al rischio di contagio sia al sovraccarico emotivo, tra cui carenza di dispositivi di protezione individuale adeguati, turni di lavoro impegnativi, affaticamento fisico, riduzione delle risorse umane e, in alcuni casi, precarietà organizzativa (Tiesman et al., 2021; Sher, 2020).

A ciò si aggiungono situazioni derivanti dall’intensa pressione sul servizio sanitario, che possono gravare ulteriormente sulle esperienze emotive dei professionisti (Tiesman et al., 2021; Sher, 2020). Fornire dati specifici sui tassi di suicidio tra gli operatori sanitari durante la pandemia può risultare complesso e dipendere da vari fattori, tra cui disponibilità dei dati, pubblicazione degli studi e metodologia utilizzata per raccogliere e analizzare tali informazioni (Tiesman et al., 2021; Sher, 2020).

Durante la pandemia, molte organizzazioni e istituzioni hanno cercato di fornire sostegno psicologico e risorse per affrontare lo stress e il trauma emotivo vissuto dagli operatori sanitari. Tuttavia, nonostante questi sforzi, alcuni professionisti possono ancora essere a rischio di problemi di salute mentale, compreso il rischio di ideazione suicidaria o suicidio (Tiesman et al., 2021; Sher, 2020).

Gli operatori sanitari, coinvolti nella rete di gestione delle emergenze, impegnati sia in ambito clinico sia comunitario, costituiscono i pilastri su cui si è costruita la risposta all’epidemia di SARS-CoV-2 (Tiesman et al., 2021; Sher, 2020). Pertanto, è fondamentale investire in futuro per proteggere la loro salute fisica e mentale. L’implementazione di risorse di supporto psicologico per assistere gli operatori che hanno affrontato quotidianamente l’emergenza, garantendole anche nel periodo successivo alla pandemia, può contribuire a migliorare le capacità di adattamento e a promuovere l’empowerment personale (Tiesman et al., 2021; Sher, 2020).

CONCLUSIONE

In conclusione, la pandemia di COVID-19 ha avuto un impatto profondo e duraturo sui servizi di salute mentale e sugli operatori sanitari, in particolare su coloro coinvolti nella presa in carico di pazienti con disturbi mentali preesistenti, quali psicosi, disturbi deliranti, disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) e disturbo depressivo maggiore (MDD). Parallelamente, le condizioni imposte dall’emergenza sanitaria hanno favorito l’insorgenza di nuovi disturbi mentali in una parte significativa della popolazione, con effetti che persistono anche nella fase post-pandemica. In questo contesto, gli operatori sanitari hanno affrontato un carico emotivo e psicologico crescente, caratterizzato da elevati livelli di stress, burnout e da una preoccupante esposizione al rischio di suicidio.

Alla luce di tali evidenze, risulta imprescindibile attribuire priorità al benessere fisico e psicologico degli operatori sanitari, attraverso interventi strutturati e sostenibili che rafforzino i servizi di salute mentale nel lungo periodo. Ciò implica garantire un accesso continuativo a risorse di supporto psicologico anche oltre la fase emergenziale, con l’obiettivo di potenziare le strategie di coping, favorire la resilienza individuale e promuovere l’empowerment personale.

Contestualmente, è necessario un impegno concreto per ridurre le disuguaglianze nell’accesso alle cure per la salute mentale e per offrire un sostegno adeguato sia alle persone con disturbi mentali preesistenti sia a quelle che hanno sviluppato nuove condizioni psicopatologiche o riportato esiti permanenti a seguito della pandemia. Solo attraverso un approccio integrato e orientato all’equità sarà possibile mitigare le conseguenze negative sulla salute mentale della popolazione, rafforzare la capacità di risposta del sistema sanitario e prevenire esiti gravi quali il suicidio e i comportamenti autolesivi, contribuendo così alla costruzione di un sistema di cura più resiliente e sostenibile per il futuro.

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