Infezione da COVID-19 e frequenza scolastica

Licia Gifuni ~ Laureanda in Medicina e Chirurgia
Pubblicazione – ANNO 3 N.28 OTTOBRE 2020 – ISSN: 2612/4947

La riapertura delle scuole, avvenuta ormai su tutto il territorio nazionale, desta non poche preoccupazioni nelle famiglie italiane. Il cardine della discussione sembra essere l’impatto che, presumibilmente, tale evento potrebbe determinare sulla salute pubblica in termini di contagio. In realtà i dati scientifici più recenti smentiscono tale ipotesi.

Ce lo conferma uno studio statistico retrospettivo eseguito in Germania, teso a rilevare l’incidenza di focolai di COVID-19 negli ambienti scolastici nazionali nel periodo compreso tra il 28 gennaio 2020 ed il 31 agosto 2020. Esso ha infatti dimostrato che su un numero di 8.841 focolai (per un totale di 61.540 casi verificatisi sull’intero territorio nazionale), solamente lo 0,5% di questi si era verificato negli ambienti scolastici, coinvolgendo un totale di 216 pazienti. Da sottolineare i dati emersi circa la fascia d’età interessata: la maggioranza dei casi riguardava soltanto soggetti dai 21 anni in su, presumibilmente membri del personale scolastico. Altro rilevante aspetto emerso dallo studio mostra che nella fascia di età compresa tra i 6 ed i 10 anni solamente quattro pazienti presentavano sintomi chiaramente riferibili ad infezione da SARS-CoV-2, dimostrando che solamente una percentuale molto bassa di bambini che frequentavano la scuola primaria erano definibili sintomatici.

Lo studio ha dunque complessivamente stimato che, nell’intero periodo preso in esame, vi era stata una seppur minima riduzione dei nuovi casi nel confronto tra il periodo precedente alla chiusura della scuola e quello successivo alla riapertura, suggerendo solo un debole effetto protettivo delle misure di contenimento attuate nelle scuole.

Le conclusioni di un altro ampio studio epidemiologico condotto nel Regno Unito sono state rese note recentemente dalla Public Health England. La ricerca sostanzialmente conferma quanto sopra, e cioè che la ripresa della frequenza scolastica determina un miglioramento del rapporto rischio-beneficio relativamente alle possibilità di contagio da COVID-19. I risultati di questi due studi appaiono di fatto in linea anche con un altro report dell’ECDC sui focolai di COVID-19 in ambienti scolastici, condotto sul territorio della Comunità europea e nel Regno Unito. D’altronde, il chiaro disagio in termini psicocognitivi derivante dall’esclusione dei bambini dall’ambiente scolastico ha posto enormi quesiti circa il loro effettivo ruolo nella diffusione del contagio. A tal proposito risulta utile un recentissimo studio retrospettivo italiano eseguito su 881 bambini presentati al pronto soccorso senza sintomi e segni di SARS-CoV-2: essi sono risultati meno frequentemente positivi rispetto agli adulti (1 su 83 vs 12 su 131) ed i dati emersi scoraggiano l’ipotesi che i bambini corrano un rischio maggiore di diffondere il virus in modo asintomatico rispetto a questi.

Tutti tali dati evidenziano due aspetti: il primo è che la frequenza scolastica non rappresenta un rischio di trasmissione maggiore rispetto ad una normale vita sociale e familiare, soprattutto allorquando siano state adottate le normali misure preventive, quali il distanziamento sociale, frequenti ricambi d’aria nelle aule, uso costante delle mascherine indossate sia all’interno che all’esterno delle aule, una diligente igiene delle mani, personale e degli ambienti. D’altro canto, malgrado l’implementazione delle misure igieniche negli istituti, la riduzione del numero di nuovi casi risulta minore di quanto atteso: potremmo dunque supporre che nel periodo di pausa scolastica si siano instaurate delle più intense interazioni sociali per gli alunni nell’ambiente esterno, che abbiano favorito l’intensificarsi della rete di contagi, ammettendo in questo modo un ruolo addirittura protettivo dell’ambiente-scuola.

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