Maternità e depressione post partum

Dott.ssa Assunta Crimi  ~ Psicologa Clinica 
Pubblicazione – ANNO 7 N.65 GENNAIO 2024– ISSN: 2612/4947

Nel corso del tempo il ruolo e lo status della donna e’ profondamente cambiato, grazie all’inserimento nel mercato del lavoro ed alle politiche di allargamento della scolarizzazione, la donna si e’ emancipata, accompagnata da una spinta volta all’autorealizzazione e all’autodeterminazione. Tutto cio’ e’ coerente con il mutamento della cornice valoriale di riferimento, dove vi e’ una nuova cultura della scelta, ovvero il soddisfacimento dei propri bisogni e desideri. Cosi’ la donna oggi si ritrova a conciliare quotidianamente la sua autoaffermazione, il suo lavoro e la genitorialita’. Avere un figlio in questo attuale contesto diventa una scelta consapevole. Fatta questa premessa, quindi la maternita’ espone la donna a maggiori conflitti nel momento in cui e’ chiamata a ristrutturare la sua identita’. La gravidanza porta con se’ decisamente profondi e netti cambiamenti sia sul piano biologico, sociale ma anche psicologico.

Dare alla luce un figlio e’ senza dubbio uno degli eventi piu’ importanti per una donna, i giorni che seguono il parto, oltre ad essere un periodo di felicita’ e profonde emozioni, puo’ verificarsi che la neomamma sia sopraffatta anche da una profonda tristezza e che scoppi in pianti improvvisi e senza ragioni specifiche. Se questi episodi hanno una lieve incidenza sulla quotidianita’ della donna e dell’intera famiglia, e che ha una remissiva nell’arco di una settimana, non ci sarebbe nulla di cui preoccuparsi, si tratta del Maternity Blues, che consiste nella reazione dell’organismo femminile determinata dal forte stress psicofisico associato al parto e dallo stravolgimento ormonale che esso comporta. A volte le cose non sono cosi’ semplici e anche se la donna nelle prime settimane dopo il parto si sente perfettamente in forma, dopo un periodo di tempo che puo’ variare dal primo mese ad un anno dal parto, puo’ andare in contro ad una vera e propria sindrome di depressione. Questa si verifica con maggiore incidenza su donne che precedentemente hanno sperimentato episodi depressivi unipolare, o nel caso in cui geneticamente siano piu’ predisposte a soffrirne senza che ne siano a conoscenza. La depressione sembra essere uno tra i disturbi maggiormente disabilitanti per le donne in eta’ feconda, cio’ significa che la gravidanza e il postpartum possono essere momenti caratterizzati da sentimenti particolarmente complessi da gestire tanto da poter culminare in un disturbo psicopatologico.

La depressione post-partum viene indicata come un problema di sanità’ pubblica, a causa della sua alta incidenza e delle conseguenze sul benessere della donna e sulla qualità’ della relazione madre-bambino. E’ una vera e propria condizione patologica che, secondo la letteratura, colpisce nei paesi occidentali il 10-15% delle donne. In seguito alla nascita del primo figlio e’ piu’ frequente e il disturbo esordisce generalmente nelle tre o quattro settimane successive al parto, con una sintomatologia ingravescente che si manifesta clinicamente verso il quarto o quinto mese. 

L’incidenza in Italia, secondo i dati del 2013 forniti dal Ministero della Salute, varia dall’8 al 12% delle donne e si manifesta prevalentemente nel primo trimestre post-partum, ma si registrano casi ad un anno e anche oltre. Secondo alcune stime questo disturbo rappresentà la seconda causa di disabilità’ anche nell’ambito lavorativo, proprio per la stretta correlazione tra perdita del lavoro, poverta’ e malattia, e’ dimostrata scientificamente, con una crescita del tasso di suicidi rispetto all’aumento del tasso di disoccupazione. 

Recentemente, Di Florio A. e colleghi, hanno condotto uno studio con l’obiettivo di indagare l’impatto dei fattori culturali sulla manifestazione del questionario di Edimburgh Postnatal Depression Scale (EPDS), utile per individuare i sintomi depressivi e ansiosi della neomamma, i ricercatori si sono concentrati anche sul ruolo dell’istruzione, della razza/etnia e del continente d’appartenenza in riferimento al medesimo disturbo, i continenti in osservazione erano Europa e Stati Uniti. Dai risultati e’ emerso che, piu’ che la razza o l’etnia, cio’ che aveva un ruolo importante nella manifestazione dei sintomi legati alla DPP sono il livello di istruzione della neomamma e il continente in cui vive. Infatti dalla somministrazione della EPDS e’ emerso che le donne con un livello di istruzione piu’ basso tendono ad occultare maggiormente i sintomi come il pianto, o i pensieri autolesivi o ancora le manifestazioni di anedonia. L’aspetto interessante e’ proprio che queste manifestazioni non espresse dalle neo-mamme, fungono da trigger per il riconoscimento della depressione da parte del personale medico. Le neo-mamme celano i sintomi psicopatologici provati perche’ temono la stigmatizzazione all’interno del loro ambiente sociale e quindi non si attivano per ricevere aiuto dai professionisti specializzati. Questo aspetto e’ fondamentale per i clinici, in quanto una volta individuata la presenza di anedonia devono con sensibilità’ e tatto indagare maggiormente sull’eventualità’ di ulteriori sintomi presenti.

Oltre al livello di istruzione come precedentemente accennato altro elemento che sembri influenzi lo sviluppo del DPP e’ il continente di appartenenza. In particolare le donne americane sembrano dimostrare con piu’ severita’ la sintomatologia rispetto alle donne europee. Sembrerebbe che cio’ fosse influenzato da alcuni fattori associati al DPP, ad esempio le richieste provenienti dall’ambiente e dal mondo lavorativo, l’accesso al concedo per maternità’ e la sicurezza economica, siano regolati e finanziati dalle politiche locali del paese d’appartenenza. Il concedo retribuito per la maternità’ e l’accesso al sistema sanitario, infatti sono piu’ accessibili per le donne europee rispetto alle donne statunitensi. Infatti alla luce di quanto detto, sembra proprio che il DPP ed il vissuto soggettivo, siano influenzati da molteplici fattori di natura appunto culturale, e sociale, ed infatti, questi due elementi vanno considerati in sede di diagnosi.  

Nella depressione puerperale si possono manifestare: l’incapacità’ di prendersi cura del figlio, la paura e l’insicurezza dovute alla fragilità’ del bambino, sentimenti ambivalenti o negativi e la paura di compromettere la crescita del neonato. Se le difficoltà’ della madre non vengono riconosciute e la donna non e’ supportata, cio’ portera’ ad una permanenza del disturbo sino a 6 mesi o piu’. E’ opportuno quindi che la neomamma sia seguita dai familiari, dal personale sanitario specializzato e dal medico, in quanto i mesi dopo il parto sono molto delicati sia per la neomamma che per il suo bambino.

La depressione post-partum, nonostante la gravità’ e il tasso di incidenza, rimane un fenomeno sottodiagnosticato poiche’ solo il 49% delle donne in gravidanza con sintomi depressivi e’ consapevole del disagio e richiede l’intervento medico. Mentre il restante 51% dei casi sottovaluta il disturbo. 

Dalle numerose ricerche condotte in diversi paesi del mondo, dal 2005 al 2014, sulla prevalenza della DPP si evince un’estrema variabilita’ del fenomeno. Infatti negli studi che si sono serviti di strumenti auto-compilati il risultato della prevalenza della DPP varia dall’ 1,9% all’82,1%, mentre gli studi che si sono basati sui criteri dell’ICD-10 il risultato oscilla tra lo 0,1% ed il 26,3% a seconda dei paesi presi in considerazione. Nello specifico, in Italia si e’ registrata  una prevalenza del 6,7%, a seguito della somministrazione del questionario costruito a partire dai criteri dell’ICD-10, mentre nello studio di Barbadoro e colleghi che ha utilizzato strumenti self-report, il risultato e’ del 2,8%. Tuttavia, il rischio di ricaduta per ogni successivo parto e’ tra il 30% e il 50%, soprattutto se l’episodio post-partum che si manifesta ha caratteristiche psicotiche. 

La SIGO, Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia, ha riconosciuto come necessaria una corretta informazione al momento delle dimissioni ospedaliere da parte del personale medico, ostetrico ed infermieristico del Dipartimento Materno Infantile, cosi’ da prevenire serie complicazioni per la neomamma, bambino ed intero sistema familiare nei casi piu’ gravi, spesso questo problema viene sottovalutato o non viene percepito quanto sia veramente importante  il problema prima che questo si manifesti. Proprio per tali motivi, la Società Scientifica nel 2008 ha attivato una campagna nazionale con l’obiettivo di costruire una rete di protezione per tutelare le madri: “Non lasciamole sole”, offrendo oltre all’informazione anche un aiuto concreto per le donne piu’ fragili. 

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