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Intervista al dottor Samorindo Peci: vi racconto il mio anno in un reparto Covid


Intervista al Dott. Samorindo Peci, medico con specialità internistica e PhD in Ricerca – di Federica Sciacca

Un giorno di fine febbraio in Italia comincia a serpeggiare l’idea che il virus di cui si parla non causi soltanto “una brutta influenza”. Da lì, il passo è breve. Scatta l’implementazione delle zone rosse tra Lombardia e Veneto, gli ospedali si riempiono, i casi aumentano, i decessi anche.

A marzo 2020 la situazione precipita. Il Governo chiude la Lombardia e poi il Paese. Ma se c’era chi cantava nei balconi, c’era chi la pandemia la viveva nell’occhio del ciclone. 

Sensazioni, pensieri, fatiche, emozioni. Il dottor Samorindo Peci ci presta occhi e cuore e ci porta con sé in un viaggio immaginario dritti dentro un reparto Covid. E fa un bilancio: rifarebbe tutto, ma ancora fatica a tenere la cravatta. Gli fa mancare l’aria


Partiamo dal principio. Come è finito in un reparto Covid? 

Tutto è iniziato quattro anni fa, quando sentii la necessità di approfondire temi di medicina di emergenza extraospedaliera, e così frequentai un Master universitario di formazione avanzata.
In cattedra avevo docenti di massimo livello e in quell’occasione mi addentrai in argomenti di contaminazione nucleare, biologica e chimica. A quel punto, capii. Per me era solo una questione di tempo. Quando il nuovo coronavirus è entrato in Italia, immediatamente mi misi a disposizione come volontario. Anche se non fu affatto facile! Non so quante pec ho dovuto inviare! Regnava la confusione più assoluta. Iniziai il 16 marzo all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, in pratica nel cuore dell’epicentro.
Poi, ad aprile, sono passato all’ospedale di Sondalo -Unità Covid.

Ci può provare a raccontare come ha vissuto questo primo periodo dal punto di vista professionale, emotivo e -date le bardature- anche fisico?

Il primo giorno in reparto mi resterà per sempre scolpito nella memoria. Ricordo che mentre mi vestivano- perché da solo non sapevo ancora come fare- dopo il quarto guanto ho pensato che questo virus potesse penetrare ovunque.
Poi a metà giornata mi sono accorto che mi facevano male le gambe. E sapete perché? Camminavo in punta di piedi! In punta di piedi! Era istinto. Come si fa quando si sta in un posto molto sporco… come se così si potesse infettare solo la punta.
E poi c’era quella sensazione perenne di scivolare perché avevamo i piedi tutti bardati di plastica che scivolava sui pavimenti continuamente lavati.

I primi giorni eravamo totalmente allo sbaraglio, nessuna sapeva veramente cosa fare, applicare i protocolli che conoscevamo era inutile: troppo complessi. Il tempo di cercare di capire il paziente che già era deceduto. Quel giorno, nel mio primo turno, sono morte due persone e tre-quattro sono state lì per lì.

La notte non ho chiuso occhio. Quel reparto mi attraeva e mi respingeva nello stesso tempo: c’era tutta quella trepidazione prima di entrare e poi una volta dentro la spasmodica attesa di poter uscire. Un groviglio di sensazioni devastante. 

Ho perso 10 chili! Per carità, ne avevo in più (ndr. ride), ma ecco cosa accade ad un organismo in costante stato di allerta.
Lavoravo per almeno 8 ore continuate e poi ne facevo altre 4 fuori e quando arrivavo a casa, il tempo di riprendere lucidità, e crollavo. 

Sono entrato senza sapere davvero cosa mi aspettasse, con la consapevolezza che la mia vita era in pericolo e tante volte ho pensato che ci sarei caduto anch’io. 

Abbiamo visto foto di medici e infermieri stremati o con i segni in faccia delle bardature…

Sì, anche se non da me. Io non ho mai diffuso immagini del genere. Ma poi non c’era soltanto quello! Il disagio era altissimo. Nessuno racconta mai certe cose… ad esempio: una volta dentro non si poteva uscire per ovvi motivi di contaminazione e, non potendoci spogliare, vi siete chiesti come facevamo a fare diuresi?
Si. Esatto. Proprio quello. Mettevamo i pannoloni. 

I pazienti in reparto?

La prima cosa che mi viene in mente è il terrore. Diagnosticare il covid equivaleva per la maggior parte a una sentenza di morte. 

La cosa più impegnativa, infatti, era cercare di trasmettere serenità. Fortunatamente in questo mi è stato d’aiuto la mia formazione in Psicologia e Neurospicologia, oltre quelle internistiche, le ho messe in campo tutte per aiutarli. 

Poi le reazioni non erano tutte le stesse naturalmente: c’era chi reagiva con violenza, fisicamente, ho subito io stesso attacchi fisici. Non c’è giustificazione, ovvio, ma bisogna anche contestualizzare: ci si ritrovava catapultati in reparto, soli, isolati da tutti, in mezzo a tutto quel trambusto di flebo, ossigeno, farmaci. È comprensibile che sia andata così con alcuni, ma non tutti. Altri all’opposto dimostravano tanta gratitudine e tutta la loro fragilità. Mi hanno chiamato “angelo mio”, “mio salvatore”, “amore della mia vita”!

Sono momenti che penso resteranno per sempre impressi nella vita di chi li ha vissuti, quale che sia il lato.  

Durante l’estate si è allentata la tensione, poi la seconda ondata. Cosa si doveva fare meglio? 

Tutti sapevamo che sarebbe arrivata la seconda ondata. Le cose importanti da fare, e che ancora oggi non si sono fatte, sono essenzialmente due: la prima, dotare ogni malato a casa dell’unico farmaco realmente utile, che si chiama ossigeno. Bastavano quelle macchinette che hanno le persone con problemi respiratori, sono dispostivi da poche centinaia di euro, invece di parlare di unità di rianimazione. Ossigeno a bassi flussi! È la base della virologia: i virus sono anerobici e vivono con carenza d’ossigeno. Avrebbe dovuto avere priorità una migliore gestione domiciliare, che significa non lasciare i malati a casa fino alla saturazione di pericolo, con certezza d‘ingresso poi direttamente in rianimazione, ma prima. La rianimazione è utile ma non deve essere necessaria, in rianimazione i pazienti non si curano, si fanno sopravvivere.

La seconda: obbligare i medici di base a una formazione clinica, come fare e refertare un eco o un ECG, come decidere i piani di ricovero, ed eventualmente sostituire chi non era in grado di farlo.
Sul ruolo che dovrebbero avere i medici di base è esemplare la Germania (che ha avuto un numero simile al nostro di decessi, ma con una popolazione quasi doppia…). In Germania si ricopre il ruolo di medico di territorio a ridosso della fine della carriera ospedaliera e non dopo la laurea o dopo un corsetto regionale camuffato da formazione…

A proposito di medici, come giudica l’operato degli operatori sanitari e la rete dei colleghi in generale? 

Molti sono fuggiti. A Sondalo come volontari eravamo in due: io e un collega che era appena andato in pensione dallo stesso ospedale. E quello di Sondalo è un ospedale tutt’altro che piccolo: ha 9 unità da 30 posti, a pieno ritmo sfioravamo i 300 pazienti covid. 

Io ho lasciato dopo un anno. Mi hanno chiesto di continuare ma non riuscivo più a conciliare i miei impegni come professionista: durante questo periodo, infatti, ho anche seguito io stesso i miei pazienti che si sono ammalati di covid, perché soli e abbandonati.
È stata dura anche per questo, appena ora riesco a mettermi dietro alle spalle le migliaia di occhi incrociati in reparto. E ancora oggi ho difficoltà a mettere una cravatta. Mi fa mancare l’aria. 

Quale momento più di tutti porta con sé?

Prima di ogni turno pregavo nella piccola cappella la Madonna, le chiedevo di guidarmi nelle scelte e di farmi affrontare tutto con serenità. Ricordo di averlo fatto in particolare prima dell’ultimo turno di notte.

Ecco, quella notte è successo di tutto, elicotteri, emergenze su emergenze, e proprio in quel momento forse, davvero mi sono reso conto di quanto fosse importante quello che facevo. 

A fine turno sono tornato nella cappella, mi sono inginocchiato e l’ho ringraziata.

E poi porto con me le centinaia di volte in cui ho detto ai pazienti che erano guariti, che potevano tornare a casa. Non dimenticherò lo sguardo di nessuno di loro mentre ascoltavano.

Oltre a chi ha perso qualcuno che amava, quali sono state le vittime più colpite? E chi invece ci ha guadagnato?

Il sistema salute ha sicuramente avuto un duro colpo, anche alla luce degli sviluppi di obbligatorietà che sono usciti in seguito. Ci ha guadagnato, invece, la farmacologia industriale. I ricercatori e medici che lavoravano all’interno delle industrie fino agli anni Novanta non potevano neanche mettere piede in un reparto ospedaliero. Il mio professore li avrebbe fatti volare dalla finestra! Se non fosse stato per questo evento, e per i soldi delle istituzioni, non avrebbe mai visto luce questo tipo di terapie vaccinali.

Sia ben inteso, ci ha guadagnato la ricerca industriale, non la ricerca scientifica. Chi “ingrassa” con la ricerca sono principalmente i produttori di attrezzature. Al ricercatore spetta- forse- il 5%.

Restiamo sui vaccini, l’argomento più caldo degli ultimi mesi -soprattutto Astrazeneca-, cosa ne pensa degli operatori sanitari che rivendicano il diritto alla “libertà di scelta”?

Io appartengo alla generazione di adulti vaccinati con “la crosta sul braccio”. Noi siamo la generazione che più deve ringraziare l’esistenza dei vaccini.
Avere dubbi è lecito, per carità, i vaccini a RNA si usano ora per la prima volta e sono un’oscura avventura che può aprire nuove frontiere: di solito, infatti, nella vaccinazione viene iniettato il virus (o il batterio) ‘indebolito’, oppure una parte di esso. Il sistema immunitario riconosce l’’intruso’ e produce gli anticorpi che utilizzerà quando incontra quello ‘vero’.
Nel caso dei vaccini a Rna invece si inietta l’’istruzione’ per produrre una particolare proteina, che è quella che il virus utilizza per ‘attaccarsi’ alle cellule. La cellula produce quindi da sola la proteina ‘estranea’, che una volta riconosciuta fa attivare la produzione degli anticorpi.

Ora, questo gli addetti ai lavori lo sanno. La confusione con i cittadini invece è stata alimentata dalla politica e dalla comunicazione. 

Detto questo, il vaccino è l’unica arma possibile in prevenzione e la medicina internistica è la medicina di riferimento in caso di contagio. E il vaccino che può chiamarsi tale è proprio Astrazeneca, su substrato virale. Chi afferma il contrario non si capisce perché non deposita un brevetto proprio…

Si dice che “ci vorrebbe un vaccino per il Covid e uno per l’ignoranza…” È d’accordo? Quanto male hanno fatto la disinformazione e chi sono i principali responsabili?

Tra tutti punto il dito contro i “medici televisivi” che, senza essere mai stati in un reparto covid, hanno fatto a gara a chi terrorizzasse di più con stupidaggini, senza nemmeno rendersi conto di quello che dicevano. I “virologi” che millantano una professione solo per dare forza alle loro affermazioni.

È disarmante l’ipocrisia che vedo nei social e nelle comunicazioni in generale. 

Questo Paese è pieno di professori del “giorno dopo”. C’è chi legge rabbia nelle mie parole ma in realtà è delusione. La delusione per un’occasione persa. Un anno di clausura poteva essere un’opportunità per riflettere, crescere, fare i conti con se stessi. Ma non vedo “crescita”.
Mi parla di ignoranza e dico solo che ancor oggi non si è capito che la virologia non è una branca medica ma biologica e che chi cura i virus sono gli infettivologi, ma solo se hanno strumenti, se non li hanno bisogna “curare il corpo” e chi lo fa sono gli internisti- da non confondere con i medici di medicina generale-.

Una domanda più tecnica: può spiegare in modo semplice come agisce il Covid sul nostro corpo?

Il Covid agisce sempre nello stesso modo. È la risposta o non-risposta, o ancora la risposta tardiva o massiva del nostro corpo a fare la differenza.
Ho sentito abominevoli ricette univoche, come usare antifebbrili, anche quando non c’è febbre- che poi la febbre è l’unica reale risposta immunitaria- oppure l’utilizzo del cortisone nelle prime fasi, quando chiunque sa che il cortisone è un immunosoppressore.
Senza parlare del ricorso all’antibiotico come prevenzione, dimenticando il grosso problema dell’antibiotico-resistenza. Quanti ne ho visti, non si può immaginare quanti ne abbia visti di pazienti per i quali l’antibiotico non funzionava più.

Ho fatto due pubblicazioni, a mio parer importanti: uno in cui ho dimostrato chi non si contagia e perché, un altro focalizzato sui criteri da adottare per un recupero idoneo dopo il contagio. 

La strategia è sapere di cosa soffre il malato (da qui l’importanza del medico di famiglia), e poi marcare stretto quelle patologie, correggendo i picchi, governando le risposte immunitarie esagerate e controllando le eventuali sovra-infezioni batteriche.

Il problema più importante del covid, infatti, voglio dirlo in modo chiaro, sono stati i malati cronici. E chiedo: la colpa è del virus o di chi lascia che le malattie diventino croniche?

Il sistema sanitario finora non ha mai puntato ad una guarigione, bensì ha, in un certo senso, privilegiato una cronicizzazione. 

Chi ha contratto il covid ed è finito in rianimazione aveva due caratteristiche specifiche: un sistema immunitario sopito, dovuto per lo più a un utilizzo sbagliato e sconsiderato di farmaci antinfiammatori, antibiotici e danni da intossicazione, e patologie croniche mai guarite.

Il 99% delle persone che sono finite in rianimazione, ci sono finite per questi motivi. Dico 99%, senza tema di smentita.

Concludiamo con un tema cruciale al momento: i richiami

Per ogni tipo di vaccino il richiamo serve per amplificare la copertura, una percentuale di persone è già coperta con la prima dose, ma per “sicurezza” si ripete a tutti. Ma -qui il problema- chi ha già una quantità sufficiente di anticorpi? Un sistema sanitario serio dovrebbe prima controllare gli anticorpi specifici di ognuno e poi, eventualmente, somministrare il richiamo soltanto a chi non ne ha abbastanza, cioè a chi serve.

In questo modo si otterrebbe il risparmio di dosi e soprattutto si eviterebbe il rischio di reazioni sproporzionate in caso di anticorpi già elevati. È chiedere troppo?

1 commento su “Intervista al dottor Samorindo Peci: vi racconto il mio anno in un reparto Covid
”

  1. MICHELE GIOVANNI CARRERA

    sono scettico sul vaccino covid ..sopratutto per la demonizzazione mediatica ( da parte delle big tech media e grande finanza ) che hanno subito i professionisti e scienziati che hanno “osato” esprimere riserve sulla efficacia e validità. mai un dibattito scientifico serio… gli invitati sono in genere delle macchiette anti vaccino… quando si occulta con prepotenza la verità altrui , mi fa pensare che manchi la ragione e la verità in chi la usa. Per di più , ho visto documenti FDA e PUBMED ch esponevano i rischi e che sono spariti in pochi giorni dalla pubblicazione . Il dott. Robert Malone , che di vaccini mRNA credo qualcosa capisca…. dopo aver criticato l’abuso di mRNA, ha dichiarato che… non intende suicidarsi. ma che sta succedendo ? ho frequentato ambasciate ..e il loro terrore sono le frequenze di controllo… ovviamente loro hanno contromisure ; noi no. 10 anni fa sono stato in Cina con un biologo a proporre l’utilizzo di spray di acqua ozonizzata sugli aerei contro la SARS e lo stanno utilizzando. riferito la cosa a un ministro mio cliente e non succede nulla. boh ! quando le cose sono gratis..
    comunque il suo articolo sui vaccini è il primo che vedo ricco di onestà intellettuale e personale . anche io come Lei prego la Madonna , pur se ex ateo, ma episodi incredibili che mi hanno salvato la vita mi hanno fatto ri-credere. complimenti per il suo lavoro ….che trovo molto interessante e conforme al giuramento di Ippocrate.

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